Clodia (94-45 a.C.) era figlia del console Appio Claudio Pulcro, moglie del proconsole per il territorio cisalpino Quinto Metello Celere (di cui rimase vedova nel 59 a.C.) e sorella del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro (agitatore del partito dei populares e alleato di Cesare, nonché mortale nemico di Cicerone, del quale determinò, tra l’altro, l’esilio da Roma, nel 58 a.C. e che fu poi ucciso da Milone nel 52 a.C.).
Era una donna dell’aristocrazia romana: elegante, raffinata, colta, ma anche libera e disinibita nei suoi atteggiamenti e nel suo comportamento, tanto da riempire di sé le cronache del tempo, i pettegolezzi della Suburra o delle basiliche e taverne del Foro e in seguito le aule del tribunale.
Cicerone attacca Clodia
È infatti del 56 a.C. l’orazione Pro Caelio in cui Cicerone difese Marco Celio Rufo accusato da Clodia, sua amante, di aver tentato di avvelenarla. Cicerone presentò questa accusa come la vendetta di un’amante abbandonata. Cicerone la coprì di ingiurie e non le risparmiò nessuna accusa infamante: relazione incestuosa con il fratello Publio Clodio, avvelenamento del marito Metello Celere, morto nel 59 a.C. È famosa la battuta di Cicerone che finge di confondere il grado di parentela tra Clodia e il fratello Clodio, definendo quest’ultimo marito (Pro Caelio, 13, 32: mulieris viro, fratre volui dicere: sempre hic erro; il marito di questa donna, volevo dire il fratello: mi sbaglio sempre).
Sempre secondo Cicerone il comportamento e gli atteggiamenti di Clodia erano immorali, degni di una prostituta (non va dimenticato che per il diritto romano la testimonianza di una prostituta non aveva valore legale).
Se una donna senza marito avesse aperto la sua casa alle voglie di tutti e si fosse data apertamente al mestiere di prostituta e avesse preso l’abitudine di partecipare ai conviti di uomini a lei del tutto estranei; se tenesse un simile comportamento a Roma, nei giardini pubblici, nelle affollate spiagge di Baia; se infine non solo con l’andatura, ma anche col modo di agghindarsi e con le compagnie che frequenta, non solo col fuoco delle occhiate e col tono sboccato dei discorsi, ma anche con gli abbracci, coi baci, con le avventure da spiaggia, con le gite in barca, col contegno usato durante i festini mostrasse chiaramente la sua vera natura non di semplice prostituta, ma di prostituta insolente e sfrontata: se un giovane si fosse trovato per caso ad avere una relazione con una donna del genere, cosa ne penseresti, o Lucio Erennio (oratore romano, patrocinava la causa di Clodia contro Marco Celio)? Lo riterresti un adultero o un amante? uno che abbia voluto attentare al pudore di lei o semplicemente saziarne la lussuria?
L’amore di Catullo per Clodia-Lesbia
Clodia fu l’amante di personaggi che dominarono la politica, come Cesare e Pompeo, di giovani scavezzacolli come Marco Celio Rufo e di poeti come l’infelice Catullo. Catullo, di dieci anni più giovane, ne rimase affascinato e la cantò nei suoi versi sotto lo pseudonimo di Lesbia, in omaggio alla poetessa Saffo dell’isola di Lesbo, che aveva cantato la passione amorosa con accenti di sconvolgente intensità.
All’inizio la loro storia fu vissuta con grande intensità da entrambi, ma ben presto Clodia non volle o non seppe dedicarsi a un solo amore, così cominciarono i tradimenti di lei e la gelosia e l’angoscia di lui.
Per Clodia, Catullo provò sempre una passione trascinante, che lo fece intensamente soffrire. La maggior parte dei suoi carmi è infatti incentrata sull’amore non corrisposto, sui tradimenti di cui Lesbia lo fa oggetto, sulle pene d’amore che non gli permettono di conoscere la felicità.
Viviamo, mia Lesbia – Testo in latino e traduzione
Nel carme che vi proponiamo (carme 5 del Liber catulliano), forse il più famoso dei carmi catulliani, il poeta assapora invece uno dei rari momenti di serenità e inneggia all’amore, inteso sia come sentimento affettivo sia come piacere sessuale, ma soprattutto come esaltazione a godere la vita, data la sua brevità a confronto con l’eternità della morte.
Testo in latino (carme 5)
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
Traduzione di Luca Canali in Catullo, Poesie, Firenze, Giunti, 1997
Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e i mugugni dei vecchi moralisti
tutti insieme non stimiamoli un soldo.
I giorni tramontano e poi tornano;
ma noi quando cade la breve luce della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Donami mille baci, poi altri cento,
poi altri mille, poi ancora altri cento,
poi di seguito mille, poi di nuovo altri cento.
Quando poi ne avremo dati migliaia,
confonderemo le somme, per non sapere,
e perché nessun malvagio ci invidi,
sapendo che esiste un dono così grande di baci.
La data di morte di Clodia è sconosciuta. Troviamo citato il suo nome un’ultima volta nel 45 a.C., allorché Cicerone era intenzionato a comprare gli “horti Clodiae” lungo le rive del fiume Tevere.