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Vita nel monastero: la giornata di un monaco benedettino

Benedetto da Norcia morì il 21 marzo del 547 a Monteccasino. I suoi monaci, i monaci benedettini, erano intanto diventati molto numerosi. A loro Benedetto aveva dato una Regola, il cui fondamento risiedeva nella formula “Ora et labora”, cioè “Prega e lavora”: con questa espressione Benedetto voleva sottolineare che ciascun monaco benedettino doveva servire Dio pregando ma non oziando, perché l’ozio è nemico dell’anima, perciò i monaci in determinate ore dovevano attendere al lavoro manuale e in altre ore alla lettura spirituale. Tutto doveva però essere compiuto con misura, avendo riguardo ai più deboli.

La giornata di un monaco benedettino

La giornata di un monaco benedettino cominciava alle due di notte, quando la campana del convento annunciava il mattutino. I monaci uscivano dai dormitori e si recavano nel coro, la parte della chiesa riservata alla preghiera che avveniva sotto forma di canto. La preghiera era l’attività primaria di ciascun monaco benedettino, quella che Benedetto chiamava in latino “Opus Dei” (letteralmente “Opera di Dio”).

Alle quattro, dopo un’ora di riposo, il monaco benedettino ritornava in chiesa per cantare di nuovo.

Al canto del gallo, dopo un’altra ora di riposo, i monaci si dividevano secondo le loro mansioni: alcuni si recavano nei campi a lavorare la terra, altri nelle stalle, altri si occupavano di falegnameria, altri ancora a cucinare o a fare riparazioni. C’erano anche gli erboristi che preparavano medicine nella farmacia, di cui ogni monastero era dotato (per un approfondimento leggi Monasteri, protagonisti dell’Alto Medioevo clicca qui).
Gli amanuensi, invece, si chiudevano nello scrittorio dove copiavano a mano (l’invenzione della stampa avverrà molto più tardi) testi sacri e libri antichi. Tra i monaci benedettini c’erano anche abili miniatori, cioè autori di illustrazioni a base di minio (un colore rosso) per decorare i codici di pergamena.

Verso le ore 13, il lavoro era stato già interrotto due volte per cantare in chiesa, ma a quell’ora la campanella annunciava il pranzo, a base di verdura, pane, frutta, a volte pesce; la carne era proibita. Si mangiava nel refettorio, in perfetto silenzio, mentre uno dei monaci leggeva testi sacri.

Dopo il pranzo, i monaci riposavano passeggiando nel chiostro, il cortile costruito intorno al pozzo e circondato da un porticato coperto. Quindi passavano altre ore al lavoro fino al vespro, la preghiera serale.
Seguivano una cena frugale e la compieta, la preghiera che chiudeva la giornata.

Ciascun monaco benedettino si ritirava allora a riposare su giacigli di paglia, ma alle dieci di sera si svegliava per recitare il notturno. Quindi dormiva fino alle due e tutto ricominciava.

Ogni monaco benedettino doveva piena obbedienza all’abate, il padre superiore, eletto dai monaci stessi. Attraverso l’obbedienza, infatti, il monaco coltivava la virtù dell’umiltà, essenziale per la sua salvezza eterna.
Non era permessa alcuna forma di proprietà personale e non si potevano ricevere lettere senza il permesso dell’abate.
Una regola ferrea imponeva il silenzio e ben raramente ai monaci veniva permesso di scambiare qualche parola.

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